Già, devo scriverlo, questo post. Ce l'ho dentro da giorni, vuole uscire fuori, e se lo tengo rinchiuso e segregato potrebbe esplodermi dentro - e non è il caso.
Sono stata a Torino, in fiera, senza editore e senza stand, ma in veste di traduttrice, di lettrice, e un po' anche di agentessa.
Sono arrivata tardi - causa intoppo in albergo, e ti pareva! - e subito mi sono ritrovata attorniata dalla
crème de la crème della traduzione italiana. Ho fatto in tempo a stringere la mano a Lu. che doveva scappare, ho conosciuto Sua Levità e Sua Serenità - la più bella coppia di fatto dell'editoria, credo - e poi ho bevuto vino e mangiato leccornie in compagnia di Li. - con la quale, tra l'altro, ho diviso una camera e un fastidioso mal di testa - e con A. - con la quale, tra l'altro, ho diviso l'esperienza della festa di minimum fax da Giancarlo, ai Muri - e con C. - che non è solo una traduttrice ma è una delle mie autrici di punta. A.S. è stata una presenza costante ma fluttuante: c'era ai Murazzi, ogni tanto compariva al Lingotto, è venuto alla pesca di libri anobiiana, e ci ho pure diviso il treno per un pezzo di tragitto - la cosa più bella, però, è stata vederlo andare in giro per padiglioni di rosso tappezzati con un libro di uno dei miei (e non solo miei) autori preferiti tra le mani. Alla presentazione del libro di I. non mancava praticamente nessuno e io ho riso quando R. le ha strappato il microfono dalle mani e mi sono commossa quando S. ha letto. E poi sono scappata via dall'incontro al quale, in teoria, ero più interessata. Ne ho approfittato per fare chiacchiere e gossip con B. - di B. ce ne sono due, sono due amiche redattrici, solo che una c'era a Torino e l'altra no. Sono tornata in tempo per farmi vedere e chiacchierare un po' con La. e compagnia bella.
E poi sono stata a Roma, dopo un lungo viaggio in treno. Mattinate a fare commissioni assieme al mio amico di sempre, pomeriggi a gironzolare, setacciando strade e librerie, alla ricerca del taccuino e della carta da lettera giusti e osservando quelle strane creature che si chiamano turisti. E poi quel santo e bendetto caffè con B. (Charlotte, I love you!) e il funambolico incontro - un pezzo al bar e un pezzo in redazione con D.P. - e la borsa che continuava a riempirsi dei libri che mi dava D. E poi, poi, poi, sempre con B. a passeggio, a provare maglie e vestitini da signorinelle per bene in negozietti con commesse che ti tolgono otto anni, e poi un altro caffè, nella sua casa fantastica e poi al parco, a raccontarci e a pensare a un futuro che sarà fulgido, sicuro. E la lunga camminata cieca con F. e una birra e chiacchiere d'ogni tipo, col cellulare che non prende e Fe. che apparentemente s'è data. E alla fine da Azimut - in ritardo, in ritardo, sempre in ritardo. Chiacchiere, lavoro, lavoro, chiacchiere - ma di questo ho scritto
altrove.
E poi ho perso un aereo, ma ne ho trovato un altro. E sono tornata quaggiù.